Sta guidando Cave, è mattina, abbastanza presto, e girovaghiamo per stradine di un paesino seguendo le indicazioni del navigatore. Quando si segue il navigatore c’è sempre un po’ di diffidenza di fondo,ma alla fine si seguono ala lettera le indicazioni perchè non ci sono alternative. La voce robotica che viene fuori dal dispositivo è una voce divina, la si segue con fede cieca, perchè l’alternativa è provare a parlare in polacco con la gente del posto.
Finalmente troviamo un cartello stradale che ci guida verso il nostro obiettivo.
È scritto: “MUZEUM AUSCHWITZ”
Seguiamo i cartelli, ma facciamo una deviazione accidentale e giungiamo a Birkenau. Non vediamo nessuno, nè turista, nè biglietterie, e capiamo di aver sbagliato posto. Ci diamo comunque una rapida occhiata attorno preparandoci a quello che dovremo vedere di lì a poco.
Giunti finalmente ad Auschwitz, dopo 1000 peripezie per prenotare e trovare la guida, iniziamo la visita.
La giornata è splendida, il cielo limpido, l’aria frizzante, l’erba risplende di un verde vivo e allegro, gli uccelli cinguettano leggeri. L’ingresso del campo è quasi nascosto da un possente platano che troneggia sulla scena, il cui colore chiaro fa riflettere la luce del sole mattutino, già ormai alto nel cielo blu.
È proprio dietro a quell’albero, quasi alla sua ombra, che troviamo il famoso cancello, quello con la scritta “Arbeit macht frei”.
Lo riconosciamo a fatica, abituati a vederlo in fotografie drammatiche, in bianco e nero, che danno la sensazione di un pugno allo stomaco. Ma oggi c’è il sole, ci sono i colori, e siamo in mezzo a un sacco di turisti. Non sembra lo stesso cancello…
La foto di rito deve essere fatta comunque, ma premere il pulsante della macchina fotografica mi da una sensazione di ipocrisia. La faccio solo perchè va fatta, ma lì per lì non mi dice nulla.
È tutto irreale.
Non mi rendo conto di dove sono.
Iniziamo il giro.
Già entrando nelle baracche l’atmosfera cambia.
Gli edifici sono stati adattati a funzione di mostra, non si vede com’erano le baracche nel periodo di funzionamento del campo.
Qui siamo in un museo, ci sono foto, spiegazioni, bacheche…ma ancora il tutto mi risulta estraneo, non realizzo quello che è accaduto qui dentro.
E poi tutte le persone che ci sono, la fila di turisti per percorrere i corridoi o per salire le scale, la confusione…insomma tutto contribuisce a darmi l’impressione che il luogo dove mi trovo sia finto, come una scenografia di cartongesso in un film di serie B.
Vengo colpito dai volti.
Le pareti di un corridoio tappezzate dai primi piani dei volti delle persone che sono passate per di qua. In quel momento rimaniamo soli nel corridoio, posso fermarmi a guardare negli occhi tutte quelle vite che qui si sono spente. Sotto ad ogni foto il nome del prigioniero, la data di entrata nel campo e quella di decesso. La differenza fra le due era a volte di pochi giorni; al massimo arrivava a qualche mese.
Un’infinità di nomi, un’infinità di volti.
La guida si sofferma su tre di essi, quello di un padre e dei suoi due figli: nelle foto appaiono vigorosi, nel fiore degli anni; in età giusta per prendere moglie, due uomini pronti per iniziare a lavorare e guadagnare il necessario per sostenere una famiglia loro.
Nel giro di un mese il loro padre se li è visti morire davanti prima di abbandonare a sua volta quell’inferno.
E la mente umana, razionale, in un certo senso matematica, ti porta a pensare inevitabilmente ad una cosa: se di quelli che arrivavano in treno supponiamo che metà fossero fatti prigionieri -diamo per scontato cosa accadesse agli altri-, se i prigionieri resistevano così poco tempo e se comunque il campo era costantemente al completo, quante anime sono passate per questo luogo?
Non ci si può immaginare un numero. Forse non ha nemmeno senso farlo.
A me basta pensare a quella famiglia per capire la grandezza dell’orrore che è stato questo luogo.
Una fabbrica di morte, così è stata descritta da qualcuno. Ora comprendo cosa intendesse.
Ma per rendersi di quanta gente sia passata di qui basta guardare i mucchi di oggetti: occhiali, scarpe, valigie…capelli (non è un errore di stampa, c’è davvero una “pi” sola).
Quelle presenti nel museo sono solo piccole quantità rispetto al totale che era stato raccolto durante la guerra; e queste piccole quantità sono sufficienti a riempire stanze.
Ci spostiamo poi a Birkenau, il luogo dove veramente ci si può rendere conto dell’immensità dell’orrore che deve essere stato questo luogo.
Questo secondo campo è enorme. Una distesa senza fine di baracche che rasenta l’orizzonte si contrappone ad una linea ferroviaria che una fine ce l’ha, bella netta.
Una stazione di fine corsa nel viaggio della vita.
Percorriamo la stessa strada dei milioni di persone che scese dal treno hanno compiuto i loro ultimi passi direttamente verso il fondo del campo, dove c’erano quei due grandi edifici dai quali usciva uno strano fumo scuro e denso.
Dal punto in cui si scende dal treno all’edificio delle docce si deve camminare per qualche minuto. In quegli istanti si fa a tempo a pensare a molte cose.
Si fa a tempo a farsi molte domande.
E a darsi molte risposte.
Oggi il cielo è limpido, la giornata luminosa, ma ci basta entrare in una baracca per vedere il mondo in bianco e nero.
La luce ha paura ad entrare in quel luogo, di colpo i colori scompaiono.
Sentiamo la presenza di tutte le persone che sono passate di lì, ma la baracca è vuota.
Immaginando quanta gente avrebbe potuto stare lì dentro, ci si rende conto di come un prigioniero perdesse la propria individualità.
Il proprio spazio vitale consisteva nello spazio occupato dal proprio corpo in un “letto” condiviso con altre 7 persone, stipate una accanto all’altra; il proprio letto era uno di tre, posti a “castello”; i “castelli” si susseguivano uno attaccato all’altro e formavano una fila lunga come la lunghezza della baracca, con un interruzione a metà per permettere l’entrata della gente; le file in tutto erano quattro, divise l’una dall’altra da uno stretto corridoio, che serviva solo per poter uscire dalla baracca; una baracca era semplicemente un contenitore di letti; nel campo le baracche erano infinite. Una persona non era nessuno. Non aveva nulla di proprio, tranne la propria anima.
E anche l’anima iniziava a perdersi, dopo un po’ di tempo.
Oggi il cielo è limpido, la giornata luminosa.
Il verde dell’erba dei prati è acceso, ma la nostra percezione è spenta. Non vediamo quello che abbiamo attorno, camminiamo nel passato, in mezzo a quelle persone vestite tutte uguali, magre, scheletriche, con gli occhi spenti; vediamo il treno entrare fischiando portando i vagoni merci in cui non c’è bestiame, ma vite rassegnate che si avvicinano ad un baratro inevitabile.
Usciamo dal campo e ci concediamo ancora un po’ di tempo per rimuginare sull’esperienza.
Adesso però mettiamo via i mattoni che abbiamo collezionato nei trolley e diamo spazio alla serenità.
C’è la Polonia da esplorare!
